Sem devigus, Artista del legno
Nasco a Tiana, in Sardegna, in un paesino immerso in natura. Il mio mare era il fiume, la mia casa era la mia officina. Andavo molto volentieri in campagna da mio nonno, tutte le estati. Vivevo nell’orto, accanto al fiume. Il mio vocabolario della natura nasce prestissimo. Ancora oggi posso identificare i suoni e anche gli odori di quando ero bambino piccolo, piccolo. Mi ricordo quando rovesciavo una pietra del fiume per cercare i vermi per pescare, quell’odore di terra e acqua. Individuavo a metri di distanza l’odore del fagiolo quando fiorisce, l’odore del fiore di zucca, del muschio, delle piante. Vivendo così profondamente in natura i sensi, attraverso l’odorato e l’udito, si sono affinati molto presto.
Alle scuole superiori ho studiato agraria a indirizzo vitivinicolo. Sono una specie di enologo. Mi sono iscritto all’università di Sassari alla facoltà di Farmacia che mi è stata molto utile perché lì ho scoperto la botanica empirica, grazie a padre Atzeni, un frate francescano che insegnava lì. Ogni anno organizzava la gita botanica in Sardegna e dove la faceva? A Tiana, al mio paese! Perché lui sosteneva che avesse la più alta biodiversità della Sardegna. Tutto quello che ho imparato nei due anni che ho frequentato, sono stati i laboratori con padre Atzeni: gli erbari, l’analisi del fiore, della foglia. E poi da lì mi è venuta l’idea di approfondire, non solo gli aspetti chimici ma anche le sue applicazioni nel design, e unire queste conoscenze con la storia di mio babbo, che scolpisce. Ero affascinato da questi due mondi.
Il mio Atelier a Bosa
L’ATELIER A BOSA
Mi sono trasferito a Bosa nel 2007 e nelle tre stanze che compongono il mio atelier, oltre all’esposizione dei miei lavori, ai macchinari, agli utensili da taglio ci sono tutti gli ingredienti della mia cucina. I pigmenti, prevalentemente vegetali, come la rubia tintorum che abbonda in Sardegna e i pigmenti minerali che mi servono per mescolarli con la calce, con l’olio di lino per le mie miscele. Per la composizione delle vernici e delle finiture, proprio per dare luce ai colori, utilizzo la sandracca che è una resina estratta dall’aloe dello Yemen. La mirra che è sempre una resina, la utilizzo per fare inversioni di colore, per raffreddare, attenuare. Anche l’aloe di Capoverde inverte il cromatismo della vernice, può renderlo caldo, o raffreddarlo, o aumentarne l’intensità luminosa. Poi c’è la gommalacca Astra che è la più raffinata. È la luce della vernice! Il Colofolio, è una resina che dà durezza alle vernici e viene utilizzata, anche per le corde degli strumenti ad arco. Il legno di Campeggio, che viene dalla baia di Campeche, in Messico, mescolata a un altro reagente permette di ebanizzare il legno. Ci sono poi altri prodotti, come le benzine di lavanda che facilitano lo scioglimento dell’ambra. L’esperienza parigina mi ha permesso di mettere a punto questa enorme possibilità di dare luce al legno. Ora fa parte del mio bagaglio professionale, in fin dei conti stai creando luce!
PARIGI O CARA
Lascio l’università e parto con un milione di lire che mi ero fatto decespugliando, a casa di mia zia, durante l’estate. Avevo deciso di affrontare il legno in modo professionale. A Parigi m’iscrivo all’ufficio di collocamento francese. Parlavo un francese veramente rudimentale, imparato alle superiori. Mi offrono uno dei lavori più assurdi fatti nella mia vita in uno stabilimento, alla periferia di Parigi, dove si affumica il salmone e dove per la prima volta nella mia vita mi sono sentito un gigante di altezza, perché tutti gli altri, perlopiù indonesiani, erano più bassi di me. Ero lì con uno scafandro, perché si lavorava a cinque gradi sotto zero, e sfilettavamo i salmoni. Io ero addetto a levare le spine.
Mi fanno un contratto. Cosa ci fai qui?, mi chiedono. È per mantenermi che ho accettato, però vorrei lavorare nel legno. Vorrei lavorare con le cornici, scolpire. Due giorni dopo mi chiama l’ufficio di collocamento e mi dicono: guarda abbiamo trovato un corniciaio che sta cercando qualcuno.
Antoine Bechet nel suo atelier. Copyright Carine Claude.
L’ATELIER DI ANTOINE
Incontro Antoine, mi invita a berci una birretta, tanto per cominciare. Mi mette in mano del legno. “Tagliala, mettici un po’ di colla, fai quello che vuoi”. Faccio il mio lavoro, seguendo il mio istinto e le mie conoscenze. Mi chiede dove sto lavorando. Gli racconto dei salmoni e mi chiede: Ce l’hai il numero di telefono dello stabilimento? Chiama e dice: Sem da oggi lavora con me.
Antoine Bechet è un noto corniciaio, forse il più grande, comunque uno dei più grandi. Quando sono arrivato io gli serviva qualcuno che si occupasse di legno, di assemblaggio. Perché loro lavoravano solamente la carta, i disegni antichi.
Erano in realtà conservatori, si occupavano esclusivamente del rimontaggio di queste opere d’arte di inestimabile valore, visto che si trattava di disegni veramente importanti. Antoine ha capito che ero veramente interessato al legno e ha cominciato a chiedermi di osare, di creare quello che sentivo, che ritenevo necessario, secondo i miei gusti. Lui a quel tempo faceva le cornici per i dipinti con le cornici antiche. Mi ha dato la possibilità di progettare linee nuove, cornici contemporanee.
Ero a contatto con grandi opere. Quando poi ha aperto al contemporaneo, mettevo le mani su Picasso, Mirò, Leger, Hans Hartung. Sono stati anni intensi. Antoine mi ha insegnato tantissimo. Avevo la possibilità di trattare il legno grezzo, naturale in tutta la sua bellezza, e nello stesso tempo mescolare il legno con mille altri prodotti. E questo mi ha aperto un mondo!
I MIEI MAESTRI
Frequentavo in quel periodo anche due grandissimi artigiani parigini, uno che si occupava di tutte le basi delle sculture di Rodin, del museo Rodin, si chiama Patrice Santais e l’altro era Dimitri Schipunoff un russo, nato a Los Angeles che ha deciso di vivere a Parigi ed era uno dei più grandi doratori e policromi. Era veramente forte e famoso e ho avuto la fortuna di passare con lui tre anni, ogni giovedì pomeriggio, perché Antoine molto volentieri mi spediva a formarmi anche con loro. È nato questa specie di connubio. Dimitri mi ha insegnato la doratura, Patrice le tecniche di ebanisteria più incredibili.
L’ÉCOLE CHARLES BOULLE
Nel frattempo avevo cominciato a scolpire, io avevo già i rudimenti di scultura da casa mia, e Antoine mi consiglia di frequentare l’École Charles Boulle. Le sue testuali parole: “Dovresti provare ad entrare in questa scuola. Puoi lavorare per me solo mezza giornata, tieni presente però che c’è un esame all’ingresso abbastanza tosto”. Il corso prevedeva l’ingresso di dodici persone. Riesco a passare l’esame, che durava una settimana, con mia grande sorpresa. Prevedeva prove di disegno, modellaggio su argilla e un lavoro su legno con strumenti da taglio.
Sono entrato a far parte di questa equipe di dodici persone con due maestri, che erano i migliori artigiani di Francia. Patrick Blanchard e Vincent Muchez erano scultori importanti, però facevano questo servizio allo Stato, insegnando. Entrambi mi prendono subito in simpatia, perché il loro maestro era un italiano, che si era trasferito a Parigi negli anni Venti, un bravissimo intagliatore, uno scultore molto apprezzato.
I PRIMI TRE ANNI
Sono a Parigi, lavoro e studio. Un totale di 74 ore settimanali, compreso il sabato. Ero felicissimo, avevo 25 anni!
A scuola, alle 11 e mezza, i professori invocavano l’apero, il pastis, si andava tutti insieme, c’era il nostro baretto, a place de la Nation, e si cercava un po’ di sole, perché gli atelier, nonostante fossero super luminosi, comunque non erano molto riscaldati, c’era voglia di sole.
Questa formazione è durata tre anni. È stata una bellissima esperienza. Si trattava di studi profondi, dove analizzavamo tutto, lavoravamo tanto sul disegno, sul modellaggio con l’argilla. Ci davano i modelli antichi e noi dovevamo riprodurli. All’inizio non era facile.
QUEL LEGNO EMANAVA LUCE
Tornato all’atelier di Antoine comincio a lavorare con la scultura. Era una sperimentazione seria. Di solito il committente arriva con un dipinto o un disegno e si affida alla tua esperienza. Se vuole una cornice antica si cerca antica rispettando l’origine del dipinto. Devi datarlo e quindi scavi e recuperi modelli esistenti di quell’area geografica. Se qualcuno ti dice, come l’Aga Khan: costruitemi qualcosa ex novo che sia bello. Il vero lavoro è lì!
Un giorno il principe decide di incorniciare 26 quadri di Brueghel padre, mai restaurati. Voleva cambiare tutte le cornici del pittore fiammingo e creare un modello nuovo in quercia. Ci mettemmo una settimana intera con l’ebanista e Antoine a progettare la cassetta fiamminga, un incrocio tra la cornice a cassetta fiorentina e una cornice fiamminga molto semplice. Ho lavorato due anni solo per incorniciare quelle opere. Andavo da solo a lavorare nella tenuta da Aiglemont Chantilly, dove abitava l’Aga Khan. Abbiamo allestito il nostro atelier nella cucina del suo palazzo déco. Mi facevo aiutare dagli inservienti per togliere dalle pareti queste opere immense. Un’altra volta ho realizzato per lui una cornice in legno scolpita, per un dipinto del padre, e ci ho impiegato 900 ore! Per lui si usava solo ed esclusivamente legno di quercia. Inventai, mi ricordo, una patina che gli piacque tanto, una combinazione di reazioni al tannino, con reagenti sempre di altre polveri di legno. Era una vernice morbida composta da tre elementi: sandracca, ambra e gommalacca. Era una meraviglia, con la luce, ma anche quando c’era il buio.
LA MIA CUCINA
Dopo 8 anni passati a Parigi, sempre con Antoine e i miei due maestri, sono tornato in Sardegna.
La cornice mi è servita come metodo di studio. Trattare il legno grezzo, naturale in tutta la sua bellezza e mescolare il legno con mille altri prodotti mi ha aperto un mondo. Nel senso che ho visto che partendo da una base era possibile trasformarla in tante altre cose. Da lì è cominciata un’incredibile voglia di cucina! Cucinavo, mescolavo il legno con vari prodotti, colle animali, pigmenti… cioccolato. La cucina mi ha portato ad ottenere ottimi risultati. Preparavo anche le vernici, leggendo libri, documentandomi. Perché ogni intervento, ogni creazione richiede una patina diversa, questa è stata la mia più grande cucina: riuscire a far interagire una patina con la luce. Dare un giusto grado di bellezza che reagisse con la luce. E che facesse lacrimare l’occhio di piacevolezza. Per me la sfida è fare in modo che entrambe le cose – legno e luce- trovino un giusto punto di grazia, di bellezza, di piacevolezza.
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